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Bruno Amable | Cambiare i rapporti di forza
Di System Spaghetti (del 12/07/2010 @ 08:14:57, in Archivio 2010, linkato 45 volte)   Condividi

Bruno Amable è professore di economia all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e ricercatore presso il Cepremap (Center for economic research and its applications). Le sue ricerche attuali si concentrano sui rapporti fra cambiamento delle istituzioni economiche ed evoluzione degli equilibri sociopolitici.

La crisi degli ultimi due anni non è semplicemente una crisi della “finanza senza regole” o una crisi del “capitalismo trainato dalla finanza”. Si tratta di una crisi del modello neoliberista di capitalismo, un modello le cui caratteristiche non si limitano alle peculiarità del sistema finanziario degli Stati Uniti o del Regno Unito. Di conseguenza, le possibilità di utilizzare la crisi come un’opportunità per rovesciare la transizione verso il modello neoliberista non possono limitarsi a iniziative di regolamentazione della finanza.
La finanziarizzazione dell’economia è solo un aspetto del modello neoliberista di capitalismo. Ha contribuito in modo decisivo alla rottura dell’alleanza socialdemocratica tra imprese e lavoratori e all’emergere di una nuova alleanza tra mondo finanziario, manager e lavoratori qualificati. Gioca un ruolo importante nella coerenza globale del modello neoliberista; impone vincoli a breve termine alle imprese, facendole dipendere da mercati del lavoro flessibili per la loro competitività; aumenta le disuguaglianze di reddito; divide i salariati e rafforza il potere delle élite economiche e politiche. Ma altre istituzioni sono più importanti del sistema finanziario per la stabilità o instabilità dei compromessi socio-politici su cui si fondano i modelli europei di capitalismo: per esempio, la protezione sociale o le istituzioni del mercato del lavoro.
Negli ultimi due decenni, i modelli europei di capitalismo sono stati indeboliti da una serie di riforme strutturali neoliberiste che hanno interessato diversi ambiti istituzionali: tagli al welfare, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni, eccetera. Le conseguenze sono state l’aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento delle capacità collettive dei salariati. Invertire questa tendenza implica un’azione che deve essere diretta verso i vari ambiti che hanno risentito del neoliberismo e verso la costruzione di una nuova alleanza sociopolitica. In particolare devono essere combattute due tendenze del modello neoliberista fra loro collegate: la crescita dei profitti e delle disuguaglianze e l’indebolimento delle istituzioni che proteggono i lavoratori. La flessibilità del mercato del lavoro, il decentramento della contrattazione salariale e la contrazione della spesa sociale hanno aumentato la divergenza degli interessi tra i lavoratori e hanno indebolito operai e impiegati meno qualificati. La riduzione di queste disuguaglianze non può limitarsi all’utilizzo degli strumenti fiscali, che potrebbero tutt’al più ridistribuire reddito, ma lascerebbero inalterate le disuguaglianze di potere. Un nuovo sistema economico non deve semplicemente rendere la distribuzione del reddito meno diseguale, ma rompere l’alleanza dominante tra élite finanziaria, dirigenti d’impresa e lavoratori qualificati e sostituirla con un nuovo compromesso basato sulla maggioranza dei salariati.

L’emergere di questo compromesso richiede una trasformazione radicale delle strategie politiche della sinistra. In particolare deve essere abbandonata l’illusione di una strategia social-liberale e dovrebbero essere realizzate nuove politiche strutturali allo scopo di rendere omogenei i diversi gruppi di salariati. Questo avvicinamento riguarda sicuramente il reddito: una contrattazione salariale di tipo centralizzato e solidaristico deve sostituirsi a quella decentrata e individualizzata. Un cambiamento come questo avrebbe il doppio vantaggio di permettere l’attuazione di una politica dei redditi e di contribuire alla costruzione di un interesse comune tra i lavoratori, condizione necessaria per la ricostruzione di un’alleanza sociale coerente e capace di sostenere una strategia politica progressista. Il nuovo modello richiederà un rafforzamento delle istituzioni di protezione sociale. Questo implica il rifiuto del cosiddetto approccio “moderno” al problema e mette al centro della nuova politica l’obiettivo della parità dei risultati, non delle opportunità. Anche il ritorno in ambito pubblico della spesa sociale dovrebbe essere un obiettivo. Riguardo alle pensioni, dati i recenti sviluppi, non dovrebbe essere difficile convincere l’opinione pubblica che i sistemi pensionistici a ripartizione (in cui i contributi dei lavoratori attivi pagano le pensioni di chi ha lasciato il lavoro) sono finanziariamente più stabili dei sistemi a capitalizzazione (in cui i pensionati ricevono redditi basati sui contributi da loro pagati e investiti sui mercati finan-ziari). La crisi finanziaria è un’opportunità che non dovrebbe essere mancata per rafforzare il primo tipo di modello. I mercati del lavoro dovrebbero essere regolati. In particolare, se la crisi durerà a lungo e porterà a un alto e persistente tasso di disoccupazione, perderà di credibilità l’idea che la tutela del lavoro sia dannosa per l’occupazione. È un’opportunità per ristabilire un livello ragionevolmente elevato di tutela del lavoro dove questa è diminuita in misura maggiore, vietando le forme più precarie dei contratti di lavoro in cui è rimasta intrappolata una quota significativa della forza lavoro. Tale politica aiuterebbe anche la costruzione di interessi comuni fra i salariati. Questa trasformazione istituzionale richiede una regolamentazione della concorrenza e una sua severa limitazione per quanto riguarda i servizi pubblici. Se la crisi è un’opportunità per celebrare il “ritorno dello stato”, questa opportunità dovrebbe essere sfruttata per limitare il coordinamento delle attività attraverso meccanismi di mercato e per restituire allo stato un ruolo strategico nei settori che sono ritenuti cruciali per il futuro. Ciò è particolarmente vero per la ricerca e l’attività scientifica. Il legame di tali attività con le politiche industriali non implica che la ricerca debba essere assoggettata alle esigenze della produzione industriale, ma che l’economia debba fare il miglior uso possibile delle opportunità offerte dall’avanzamento della conoscenza. Ciò significa che la visione di una società basata sui servizi che mantiene nei paesi sviluppati soltanto le attività ad alta tecnologia e lascia la maggior parte della produzione industriale per il mercato mondiale alle economie emergenti deve rimanere quella che è: una semplice fantasia.
Questo programma non implica la restaurazione delle istituzioni del fordismo. I modelli di capitalismo del dopoguerra sono stati costruiti su un compromesso tra capitale e lavoro che ha lasciato il potere decisionale al primo in cambio di una crescita costante di reddito reale per il secondo. Il nuovo compromesso che viene qui delineato non lascia questo potere al capitale. Al contrario, i lavoratori devono avere importanti poteri di decisione e non solo di consultazione. La realizzazione di tale programma richiederà la costruzione di nuove alleanze e compromessi sociali. Esse saranno il risultato delle iniziative politiche e sociali che sapranno sfruttare le opportunità offerte da questo periodo di incertezza prodotto dalla crisi.

Per saperne di più
Amable B. (2009), Structural reforms in Europe and the (in)coherence of
institutions, in “Oxford Review of Economic Policy”, 25(1), pp. 17-39. Amable B., Demmou L., Ledezma I. (2009), The Lisbon strategy and structural reforms in Europe, in “Transfer: European Review of Labour and Research”, 15(1), pp. 33-52.
scaricato da www.sbilanciamoci.info

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