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Mario Pianta | Industria e innovazione, il ritorno delle politiche
Di System Spaghetti (del 19/07/2010 @ 11:23:39, in Archivio 2010, linkato 85 volte)   Condividi

Questo articolo è tratto da un libro d'economia scaricabile gratuitamente dal sito:  www.sbilanciamoci.info

Mario Pianta è professore di Politica economica all’Università di Urbino Carlo Bo e ha svolto ricerca alla Columbia University, alla London School of Economics, all’Università della Sorbona e presso l’Istituto Universitario Europeo. Si occupa di cambiamento tecnologico, disuguaglianze, globalizzazione e alternative di politica economica. È tra i promotori della campagna Sbilanciamoci .

Le decisioni su come orientare il cambiamento del sistema produttivo in Europa devono essere riportate all’interno della sfera pubblica, con una nuova generazione di politiche per l’industria e l’innovazione – più democratiche e trasparenti di quelle del passato – a partire dalle tecnologie dell’informazione, dall’ambiente e dalla salute. 

Il profilo dell’economia del “dopo crisi” in Europa dipenderà dalle forze che ne ridisegnano le strutture. Le protagoniste, finora, sono state le grandi imprese con sistemi di produzione internazionale, e le loro risposte alla crisi sono state le riduzioni di capacità produttive e di occupazione, i tagli a ricerca e investimenti, acquisizioni e consolidamenti, rilocalizzazione della produzione nei nuovi paesi industriali. In assenza di una coerente politica europea, il risultato di queste scelte – nell’industria come nei servizi – potrebbe essere un’economia reale ridimensionata e polarizzata; i paesi, le regioni e le imprese più fragili perderebbero ancora attività produttive, lavoro e redditi. Su questa strada, l’economia europea rischia di ritrovarsi con produzioni vecchie, scarsa innovazione, bassa crescita della domanda, disuguaglianze crescenti e un pesante impatto ambientale. Non è inevitabile che finisca così. Una strada diversa, che affronti la doppia sfida di uscire dalla crisi e spostarsi verso un’economia sostenibile, può essere presa attraverso il ritorno a politiche industriali e per l’innovazione. In Europa, sono queste politiche che hanno sostenuto la grande crescita dell’industria tra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Nei paesi emergenti, sono queste politiche che organizzano le attività pubbliche e private per acquisire conoscenze e tecnologie, investire in nuovi settori, espandere i mercati di esportazione. In Europa le politiche industriali e per l’innovazione sono passate di moda negli ultimi vent’anni quando liberalizzazioni e privatizzazioni dell’industria a proprietà pubblica hanno lasciato ai mercati e alle grandi imprese le decisioni sull’evoluzione dell’economia. Si sosteneva che i mercati fossero efficienti nell’allocare le risorse e nel scegliere i settori da sviluppare. Le politiche hanno così perso la possibilità di effettuare interventi selettivi sulle attività da sostenere e sono state limitate a meccanismi automatici, come incentivi fiscali alla ricerca e sviluppo e all’acquisto di nuovi macchinari, o sussidi a produttori e consumatori di beni particolari, come le auto o gli elettrodomestici in Italia. Il risultato è stato un modello produttivo immutato e in molti paesi, come l’Italia, un progressivo declino della produzione e dell’occupazione industriale. 

Una nuova generazione di politiche

Le decisioni sul futuro del sistema produttivo in Europa devono essere riportate all’interno della sfera pubblica. Una nuova generazione di politiche può superare i limiti e i fallimenti delle esperienze passate, come le pratiche collusive tra potere economico e politico, la corruzione e la mancanza di trasparenza, la burocrazia e la fragilità imprenditoriale. Le politiche devono essere creative e selettive, con meccanismi di decisione più democratici, in cui siano rappresentati i diversi interessi sociali, compresi società civile e sindacato. Nuove istituzioni e modelli di gestione potrebbero consentire una realizzazione efficiente ed efficace di queste politiche. I principi su cui basare le politiche industriali e per l’innovazione sono molto semplici. Esse dovrebbero favorire la crescita delle conoscenze, delle tecnologie, degli investimenti e delle attività economiche in direzioni che migliorano le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale. Dovrebbero sostenere le attività caratterizzate da processi di apprendimento, cambiamento tecnologico e crescita della produttività e della domanda. Tre aree prioritarie che hanno queste caratteristiche sono le tecnologie dell’informazione e comunicazione, le produzioni ambientalmente sostenibili, le attività della sanità e dei servizi sociali. Le politiche industriali e per l’innovazione possono utilizzare diversi strumenti. Dal lato dell’offerta, fondi pubblici possono sostenere la ricerca e lo sviluppo, l’innovazione e gli investimenti. Istituzioni pubbliche e private possono sostenere la crescita di nuove imprese in settori chiave, con capitali, crediti e venture capital. Un nuovo ruolo potrebbe essere svolto da imprese pubbliche e di comunità locali in settori in cui sono rilevanti i beni pubblici e la domanda pubblica. Dal lato della domanda, l’organizzazione e la regolamentazione dei mercati con grandi potenzialità di crescita, l’utilizzo mirato delle commesse pubbliche e il sostegno agli utilizzatori precoci di nuove tecnologie potrebbero stimolare innovazioni e investimenti. Infine, le politiche dovrebbero favorire relazioni più strette tra tutti i soggetti del sistema innovativo nazionale (imprese, finanza, università e politiche pubbliche) favorendo il coordinamento delle decisioni pubbliche e private. Gli investimenti in nuovi settori sono caratterizzati da incertezza e hanno bisogno dell’intervento pubblico per favorire l’evoluzione degli standard, dei mercati, l’accesso a una finanza non speculativa, il coordinamento tra produttori in concorrenza tra loro. Vediamo qualche esempio. Conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione. Sono queste le attività al centro dell’attuale paradigma tecnologico, e il loro potenziale per nuove applicazioni e servizi può essere sostenuto. Il moltiplicarsi delle attività basate sulla rete sta ridisegnando i confini tra sfera economica e sfera delle relazioni sociali non di mercato, come mostra il successo di attività come il  software open source, il copyleft, wikipedia, gli scambi di contenuti tra pari (peer-to-peer). Le politiche dovrebbero favorire la pratica dell’innovazione come processo sociale, cooperativo e aperto, favorendo lo scambio di conoscenze e contenuti culturali, piuttosto che imporre le regole restrittive sulla proprietà intellettuale definite dalla precedente era tecnologica. Ambiente ed energia. Il paradigma tecnologico del futuro sarà basato su prodotti, processi e modelli organizzativi “verdi”, che utilizzano minore energia, risorse naturali e territorio e hanno effetti più lievi sugli ecosistemi e sul clima. Questa prospettiva  apre enormi opportunità di ricerca, innovazione e nuove attività economiche e sociali; un nuovo insieme di politiche coerenti dovrebbe affrontare queste sfide a lungo termine (si vedano i capitoli di Jonckheer, Cianciullo e Silvestrini). Salute e welfare. L’Europa è caratterizzata da un forte invecchiamento della popolazione e dai migliori sistemi sanitari del mondo, sviluppati sulla base di una concezione della salute come servizio pubblico. Avanzamenti nei sistemi di cura, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella ricerca sulla genetica e sui farmaci possono essere sostenuti e regolamentati, tenendo con to delle loro conseguenze etiche e sociali. Nei servizi sociali dovrebbe essere agevolata un’innovazione sociale che riconosca un maggior ruolo ai cittadini, alle organizzazioni non profit, alla fornitura pubblica dei servizi e all’autorganizzazione delle comunità. Tutti questi settori sono  caratterizzati da processi produttivi ad alta intensità di lavoro con qualifiche medie e alte; l’innovazione in questi campi può portare a nuovi prodotti e servizi che aumentano le attività e la “buona” occupazione; nuovi processi e modelli organizzativi possono migliorare l’efficienza riducendo l’impiego di risorse ed energia, più che riducendo il lavoro.  

Dove trovare i soldi

I governi e l’Unione Europea dovrebbero dedicare a queste nuove politiche industriali e per l’innovazione risorse molto maggiori, almeno il doppio della spesa attuale. La spesa pubblica in deficit per questi obiettivi dovrebbe essere consentita, modificando i vincoli dei trattati europei, perché tali investimenti costruiscono nuove fondamenta per la solidità di lungo periodo dell’economia europea. Una parte delle risorse potrebbe venire dai sistemi fiscali nazionali, che dovrebbero essere modificati per riflettere le nuove priorità, spostando il carico fiscale dal lavoro alle attività con un elevato uso di risorse non rinnovabili, compresa la carbon tax e aliquote dell’Iva differenziate che favoriscano lo spostamento verso produzioni e consumi sostenibili. La tassazione dei redditi dovrebbe prevedere una maggior progressività, il ritorno delle imposte di successione e un’imposizione straordinaria sui patrimoni più elevati. Una parte dei fondi necessari potrebbe essere raccolta attraverso emissioni specifiche di titoli pubblici. A livello europeo, una serie di progetti potrebbe essere finanziata dall’emissione di nuovi titoli europei garantiti dal bilancio dell’Unione Europea, considerando anche il ruolo della Banca centrale europea. A livello nazionale, i governi potrebbero creare agenzie, finanziate dall’emissione di titoli pubblici, con il compito di fornire venture capital, quote azionarie di minoranza, crediti agli investimenti e sostegno alla ricerca per le imprese attive nei settori sopra definiti. Altri fondi potrebbero venire dal settore bancario, che potrebbe essere invitato a partecipare a tali finanziamenti. Una volta che tali attività inizino a crescere, il capitale e il credito privato potrebbero affluire rapidamente, e il ruolo del pubblico potrebbe essere ridotto. Nuove politiche di questo tipo potrebbero avere un ruolo importante per un cambiamento verso un’economia sostenibile. Il progetto politico dietro queste azioni dovrebbe fondarsi su un consenso sociale sulla distribuzione dei guadagni in termini di produttività e benessere che possono derivare dalle nuove tecnologie e attività economiche. Nei vent’anni passati, i benefici sono andati soprattutto alle imprese con maggiori profitti e rendite finanziarie. Ora a trarne vantaggio dovrebbero essere i lavoratori e i cittadini, con posti di lavoro sicuri, salari reali più alti, maggiori diritti economici e sociali, e una migliore qualità della vita e del lavoro. 

scaricato da www.sbilanciamoci.info 

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