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\\ Blog di Tullio : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di System Spaghetti (del 28/07/2010 @ 10:04:08, in Archivio 2010, linkato 68 volte)   Condividi

Già ai tempi del’assemblea costituente nei lavori preparatori dell’attuale Costituzione si discusse in merito alla soppressione delle Province, un dibattito ripreso nel 1970 con l’istituzione delle regioni a statuto ordinario.

 

La loggia massonica P2 nel suo programma ne prevede l’abolizione. Ciò non significa un respingimento dell’idea tout court.

L’abolizione delle Province comporta la modifica della Costituzione, ciò implica un’intesa condivisa a livello parlamentare. Quindi al di là di slogan ad effetto, di campagne mediali svolte senza approfondimento, il tema richiede analisi approfondita, seria, volta a ricercarne le soluzioni.

La prima domanda da porsi è se l’abolizione aumenterà o no l’attuale pressione fiscale complessiva per i cittadini.

L’abolizione delle province comporta un sicuro sacrificio per i nostri esponenti politici, per via della diminuzione di poltrone. 

Le funzioni oggi svolte dalle province che fine farebbero ? si trasferiscono verso le regioni con rischio di centralismo ? o verso i comuni (fattibile per le città metropolitane) ? Ecco la necessità di un dibattito serio.

Le province svolgono un certo ruolo utile, consentono il coordinamento dei piccoli comuni producono una serie di servizi altrimenti anti economici se disseminati sul territorio. 

Occorre passare da un sistema basato su soggetti ad un sistema basato su funzioni; un’idea è la formazioni di consorzi nei quali i comuni definiscono  forme di accordi funzionali in virtù dei quali, molto semplicemente, i comuni formano dei consorzi e affidano a essi i compiti che non riescono a svolgere da sé, già sperimentato tramite “l’unione di comuni” per taluni compiti quali quelli di Polizia Municipale, acquisti di beni ecc. Il vantaggio sarebbe proprio che tali consorzi avrebbero capacità gestionali ed organizzative molto più elastiche, cosa che oggi non possibile in nessun soggetto pubblico. 

L’abolizione delle province comporterebbe il loro trasferimento in appositi in Uffici Regionali. Quindi non smantellarle, ma eliminandone i costi burocratici.

Rimarrebbero gli uffici provinciali ed il personale, spariscono invece giunte e consigli. Quindi un taglio sostanzioso di costi per le casse dello Stato.

 

Le Regioni sopporteranno certo un aumento di personale di nuovi assessori, cioè uno per ogni provincia, tagliando però un centinaio di poltrone inutili.

Si tratta quindi di un trasferimento dell’istituzione provinciale in quella regionale. Verrebbero liberati si stima circa 30.000 persone il cui potenziale lavorativo potrebbe essere validamente espresso in altre strutture dello Stato carenti: scuole dell’infanzia, cancellerie dei tribunali, ecc.

Nella campagna elettorale del 2008 che portò Berlusconi al Governo, tra le altre cose promise l’abolizione delle province, al solito promesse da marinaio.

 

Analizziamo il risparmio dei costi che tale abolizione comporta:

 

Alcuni stimano il risparmio in 200 milioni di euro all’anno, costoro non tengono conto di altri costi quali quelli di rappresentanza, del personale “politico” a chiamata impiegato, degli uffici stampa, delle auto blu, dei segretari generali a 200.000 euro all’anno, delle sedi e quant’altro. Tutto ciò è quantificabile in non meno di 6 milioni ad ente, e quindi di circa 700 milioni di euro annui complessivi. Altri risparmi deriverebbero dall’accorpamento delle funzioni. La manutenzione delle strade e delle scuole. Oggi i Comuni si occupano di ristrutturare le elementari, le Province le medie e le superiori, il Ministero le Università. Accorpando, con lo stesso ufficio tecnico potenziato dai dipendenti trasferiti dall’ente in chiusura si potrebbero gestire tutti gli appalti ed i controlli risparmiando circa altri 500 milioni all’anno. E avanti cosi con i rifiuti, gli uffici dei piani regolatori, fino ad arrivare a un risparmio sulla spesa corrente, senza toccare nemmeno uno dei dipendenti regolarmente assunti con concorso, di circa 800 milioni di euro annui. 

In conclusione l’abolizione delle province farebbe risparmiare allo Stato 2,5 miliardi all’anno. 

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Di System Spaghetti (del 22/07/2010 @ 09:21:13, in Archivio 2010, linkato 82 volte)   Condividi

Dal sito del Giornalista Alberico Giostra http://www.iltribuno.com/riporto quest'articolo. ROSICARE, ROSICARE, ROSICARE.

Sono parecchi, in questi giorni, i tormenti di Antonio Di Pietro. Il primo che i sondaggi danno il suo partito in calo o al massimo in stallo. Il secondo l'evidente fallimento della raccolta firme per i tre referendum, amplificato dall'entusiasmante successo di quello del Forum sull'acqua. Il terzo rappresentato dai congressi provinciali che hanno mostrato un Idv lacerato e imprigionato da una casta bulimica e marpionesca. Il quarto Niki Vendola, che ormai uscito allo scoperto, che molto amato a sinistra e che in grado, non solo di lottare seriamente per la leadership del centrosinistra, ma anche di sottrarre molti consensi all'IdV. Non a caso in un sondaggio all'interno del popolo viola il governatore pugliese stato indicato come il leader ideale dal 63% dei militanti contro un misero 7% di Tonino che pu al massimo consolarsi per aver superato De Magistris fermo al 5%. Dunque i motivi di frustrazione per il leader dell'Idv sono molti e se non fosse per la magistratura che gli d sempre ragione, come nel caso della recentissima richiesta di archiviazione contro la denuncia di Elio Veltri, per l'ex eroe di mani pulite lo sconforto sarebbe totale. Per i cultori dei parallelismi tra Di Pietro e Berlusconi si aggiungono a questo punto altre suggestioni. Non forse esemplarmente simmetrica la crisi che sta attraversando il Pdl rispetto a quella dell'Idv? Non forse fallito il patetico e velleitario "ghe pensi mi" berlusconiano esattamente come la stolta competizione accesa dall'ex pm con il Forum dell'acqua a proposito dei referendum? La verit che come per Berlusconi anche per Di Pietro tutti i nodi vengono al pettine e se il sogno dell'uomo con il sole in tasca miseramente fallito, sta naufragando anche l'angusta prospettiva politica inaugurata dal leader Idv, basata su una ipocrita visione della societ tutta legge e ordine, falsamente ancorata a sinistra e fondamentalmente di destra. Una prospettiva che ormai non ha pi carburante e che messa alle corde dal rilancio di una speranza di cambiamento alimentata da un soffio utopico, come nel caso di Vendola, rivela tutta la sua logora fibra ottusamente reclusoria. Ormai anche Di Pietro stato infatti denudato, esattamente come la cosiddetta seconda repubblica, con il suo pasticciato sincretismo ideologico del tutto funzionale a un rinnovato istinto predatorio della nostra borghesia. Ormai emersa l'ambigua e scaltra pratica politica di questo re contadino, la sua doppiezza, le riserve mentali con cui aderisce ad ogni alleanza, la logica proprietaria e possessiva con cui ha organizzato il suo partito, la incorreggibile personalizzazione che lo ispira, tale e quale a quella di Bossi e Berlusconi, con gli annessi pendant del familismo amorale e dei nepotismi. Un partito che deve molto alle sceneggiate televisive del suo leader, e che cresce anche grazie al mercanteggiamento locale di pacchetti di voti, dal Nord al Sud. Un partito tirato s cooptando personaggi inguardabili e che, come quelli accroccati da Berlusconi, non potevano che dar vita al loro sport preferito, la guerra per bande, senza farsi scrupolo di ricorrere a tesseramenti spesso fasulli (al sud sono ricorsi ancora ai morti) e programmando la politica solo in base ad un imperativo categorico: la poltrona. Tutto ci inserito in un contesto che deve essere necessariamente virtuoso, stiamo parlando della sinistra (senza centro) non poteva che esplodere. Buona esplosione Tonino.

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Di System Spaghetti (del 19/07/2010 @ 11:23:39, in Archivio 2010, linkato 85 volte)   Condividi

Questo articolo è tratto da un libro d'economia scaricabile gratuitamente dal sito:  www.sbilanciamoci.info

Mario Pianta è professore di Politica economica all’Università di Urbino Carlo Bo e ha svolto ricerca alla Columbia University, alla London School of Economics, all’Università della Sorbona e presso l’Istituto Universitario Europeo. Si occupa di cambiamento tecnologico, disuguaglianze, globalizzazione e alternative di politica economica. È tra i promotori della campagna Sbilanciamoci .

Le decisioni su come orientare il cambiamento del sistema produttivo in Europa devono essere riportate all’interno della sfera pubblica, con una nuova generazione di politiche per l’industria e l’innovazione – più democratiche e trasparenti di quelle del passato – a partire dalle tecnologie dell’informazione, dall’ambiente e dalla salute. 

Il profilo dell’economia del “dopo crisi” in Europa dipenderà dalle forze che ne ridisegnano le strutture. Le protagoniste, finora, sono state le grandi imprese con sistemi di produzione internazionale, e le loro risposte alla crisi sono state le riduzioni di capacità produttive e di occupazione, i tagli a ricerca e investimenti, acquisizioni e consolidamenti, rilocalizzazione della produzione nei nuovi paesi industriali. In assenza di una coerente politica europea, il risultato di queste scelte – nell’industria come nei servizi – potrebbe essere un’economia reale ridimensionata e polarizzata; i paesi, le regioni e le imprese più fragili perderebbero ancora attività produttive, lavoro e redditi. Su questa strada, l’economia europea rischia di ritrovarsi con produzioni vecchie, scarsa innovazione, bassa crescita della domanda, disuguaglianze crescenti e un pesante impatto ambientale. Non è inevitabile che finisca così. Una strada diversa, che affronti la doppia sfida di uscire dalla crisi e spostarsi verso un’economia sostenibile, può essere presa attraverso il ritorno a politiche industriali e per l’innovazione. In Europa, sono queste politiche che hanno sostenuto la grande crescita dell’industria tra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Nei paesi emergenti, sono queste politiche che organizzano le attività pubbliche e private per acquisire conoscenze e tecnologie, investire in nuovi settori, espandere i mercati di esportazione. In Europa le politiche industriali e per l’innovazione sono passate di moda negli ultimi vent’anni quando liberalizzazioni e privatizzazioni dell’industria a proprietà pubblica hanno lasciato ai mercati e alle grandi imprese le decisioni sull’evoluzione dell’economia. Si sosteneva che i mercati fossero efficienti nell’allocare le risorse e nel scegliere i settori da sviluppare. Le politiche hanno così perso la possibilità di effettuare interventi selettivi sulle attività da sostenere e sono state limitate a meccanismi automatici, come incentivi fiscali alla ricerca e sviluppo e all’acquisto di nuovi macchinari, o sussidi a produttori e consumatori di beni particolari, come le auto o gli elettrodomestici in Italia. Il risultato è stato un modello produttivo immutato e in molti paesi, come l’Italia, un progressivo declino della produzione e dell’occupazione industriale. 

Una nuova generazione di politiche

Le decisioni sul futuro del sistema produttivo in Europa devono essere riportate all’interno della sfera pubblica. Una nuova generazione di politiche può superare i limiti e i fallimenti delle esperienze passate, come le pratiche collusive tra potere economico e politico, la corruzione e la mancanza di trasparenza, la burocrazia e la fragilità imprenditoriale. Le politiche devono essere creative e selettive, con meccanismi di decisione più democratici, in cui siano rappresentati i diversi interessi sociali, compresi società civile e sindacato. Nuove istituzioni e modelli di gestione potrebbero consentire una realizzazione efficiente ed efficace di queste politiche. I principi su cui basare le politiche industriali e per l’innovazione sono molto semplici. Esse dovrebbero favorire la crescita delle conoscenze, delle tecnologie, degli investimenti e delle attività economiche in direzioni che migliorano le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale. Dovrebbero sostenere le attività caratterizzate da processi di apprendimento, cambiamento tecnologico e crescita della produttività e della domanda. Tre aree prioritarie che hanno queste caratteristiche sono le tecnologie dell’informazione e comunicazione, le produzioni ambientalmente sostenibili, le attività della sanità e dei servizi sociali. Le politiche industriali e per l’innovazione possono utilizzare diversi strumenti. Dal lato dell’offerta, fondi pubblici possono sostenere la ricerca e lo sviluppo, l’innovazione e gli investimenti. Istituzioni pubbliche e private possono sostenere la crescita di nuove imprese in settori chiave, con capitali, crediti e venture capital. Un nuovo ruolo potrebbe essere svolto da imprese pubbliche e di comunità locali in settori in cui sono rilevanti i beni pubblici e la domanda pubblica. Dal lato della domanda, l’organizzazione e la regolamentazione dei mercati con grandi potenzialità di crescita, l’utilizzo mirato delle commesse pubbliche e il sostegno agli utilizzatori precoci di nuove tecnologie potrebbero stimolare innovazioni e investimenti. Infine, le politiche dovrebbero favorire relazioni più strette tra tutti i soggetti del sistema innovativo nazionale (imprese, finanza, università e politiche pubbliche) favorendo il coordinamento delle decisioni pubbliche e private. Gli investimenti in nuovi settori sono caratterizzati da incertezza e hanno bisogno dell’intervento pubblico per favorire l’evoluzione degli standard, dei mercati, l’accesso a una finanza non speculativa, il coordinamento tra produttori in concorrenza tra loro. Vediamo qualche esempio. Conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione. Sono queste le attività al centro dell’attuale paradigma tecnologico, e il loro potenziale per nuove applicazioni e servizi può essere sostenuto. Il moltiplicarsi delle attività basate sulla rete sta ridisegnando i confini tra sfera economica e sfera delle relazioni sociali non di mercato, come mostra il successo di attività come il  software open source, il copyleft, wikipedia, gli scambi di contenuti tra pari (peer-to-peer). Le politiche dovrebbero favorire la pratica dell’innovazione come processo sociale, cooperativo e aperto, favorendo lo scambio di conoscenze e contenuti culturali, piuttosto che imporre le regole restrittive sulla proprietà intellettuale definite dalla precedente era tecnologica. Ambiente ed energia. Il paradigma tecnologico del futuro sarà basato su prodotti, processi e modelli organizzativi “verdi”, che utilizzano minore energia, risorse naturali e territorio e hanno effetti più lievi sugli ecosistemi e sul clima. Questa prospettiva  apre enormi opportunità di ricerca, innovazione e nuove attività economiche e sociali; un nuovo insieme di politiche coerenti dovrebbe affrontare queste sfide a lungo termine (si vedano i capitoli di Jonckheer, Cianciullo e Silvestrini). Salute e welfare. L’Europa è caratterizzata da un forte invecchiamento della popolazione e dai migliori sistemi sanitari del mondo, sviluppati sulla base di una concezione della salute come servizio pubblico. Avanzamenti nei sistemi di cura, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella ricerca sulla genetica e sui farmaci possono essere sostenuti e regolamentati, tenendo con to delle loro conseguenze etiche e sociali. Nei servizi sociali dovrebbe essere agevolata un’innovazione sociale che riconosca un maggior ruolo ai cittadini, alle organizzazioni non profit, alla fornitura pubblica dei servizi e all’autorganizzazione delle comunità. Tutti questi settori sono  caratterizzati da processi produttivi ad alta intensità di lavoro con qualifiche medie e alte; l’innovazione in questi campi può portare a nuovi prodotti e servizi che aumentano le attività e la “buona” occupazione; nuovi processi e modelli organizzativi possono migliorare l’efficienza riducendo l’impiego di risorse ed energia, più che riducendo il lavoro.  

Dove trovare i soldi

I governi e l’Unione Europea dovrebbero dedicare a queste nuove politiche industriali e per l’innovazione risorse molto maggiori, almeno il doppio della spesa attuale. La spesa pubblica in deficit per questi obiettivi dovrebbe essere consentita, modificando i vincoli dei trattati europei, perché tali investimenti costruiscono nuove fondamenta per la solidità di lungo periodo dell’economia europea. Una parte delle risorse potrebbe venire dai sistemi fiscali nazionali, che dovrebbero essere modificati per riflettere le nuove priorità, spostando il carico fiscale dal lavoro alle attività con un elevato uso di risorse non rinnovabili, compresa la carbon tax e aliquote dell’Iva differenziate che favoriscano lo spostamento verso produzioni e consumi sostenibili. La tassazione dei redditi dovrebbe prevedere una maggior progressività, il ritorno delle imposte di successione e un’imposizione straordinaria sui patrimoni più elevati. Una parte dei fondi necessari potrebbe essere raccolta attraverso emissioni specifiche di titoli pubblici. A livello europeo, una serie di progetti potrebbe essere finanziata dall’emissione di nuovi titoli europei garantiti dal bilancio dell’Unione Europea, considerando anche il ruolo della Banca centrale europea. A livello nazionale, i governi potrebbero creare agenzie, finanziate dall’emissione di titoli pubblici, con il compito di fornire venture capital, quote azionarie di minoranza, crediti agli investimenti e sostegno alla ricerca per le imprese attive nei settori sopra definiti. Altri fondi potrebbero venire dal settore bancario, che potrebbe essere invitato a partecipare a tali finanziamenti. Una volta che tali attività inizino a crescere, il capitale e il credito privato potrebbero affluire rapidamente, e il ruolo del pubblico potrebbe essere ridotto. Nuove politiche di questo tipo potrebbero avere un ruolo importante per un cambiamento verso un’economia sostenibile. Il progetto politico dietro queste azioni dovrebbe fondarsi su un consenso sociale sulla distribuzione dei guadagni in termini di produttività e benessere che possono derivare dalle nuove tecnologie e attività economiche. Nei vent’anni passati, i benefici sono andati soprattutto alle imprese con maggiori profitti e rendite finanziarie. Ora a trarne vantaggio dovrebbero essere i lavoratori e i cittadini, con posti di lavoro sicuri, salari reali più alti, maggiori diritti economici e sociali, e una migliore qualità della vita e del lavoro. 

scaricato da www.sbilanciamoci.info 

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Di System Spaghetti (del 13/07/2010 @ 16:40:16, in Archivio 2010, linkato 63 volte)   Condividi
Autore: Claudio Mazzoccoli
creato: 2010-04-13
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Introduzione
 
 
Ricordo che il presente documento, partendo da una serie di considerazioni storiche, ma soprattutto basandosi su quanto la rete racconta dei nostri partiti, cerca di tracciare alcuni punti fermi sui quali ciascuno dovrà in qualche modo soffermarsi e prima o poi meditare attentamente, decidendo come porsi nei confronti di un soggetto politico e su quali errori evitare se vuole impegnarsi in politica per fare nascere un movimento, una organizzazione. o se semplicemente vuole ridare vitalità ed impulso alla struttura della propria zona.

Va detto che, e questo vale per tutti i partiti, è venuto il momento di affrontare il confronto con la necessaria evoluzione che non potrà farsi attendere ancora a lungo, pena l’allargamento delle sacche di insoddisfazione per l’attuale situazione presenti in molte regioni del paese

Chi, politico e non, percorre il paese, ben sa quanto esso geme sotto il peso dei problemi. Vive la più profonda crisi morale che si sia vista nel dopoguerra, più grave e più lunga di quella economica

Una crisi soprattutto generazionale, in cui 
furbizia, avidità, apparenza, avvenenza, compromesso, abuso, opportunismo, scambismo relativismo estremo, nichilismo, assuefazione, servitù, omertà, pensiero unico

sono i valori che sembrano candidarsi prepotentemente a sostituire valori ormai appassiti come :
onestà, lealtà, trasparenza, collaborazione, sincerità, altruismo, mutuo soccorso, partecipazione, sacrificio, giustizia, solidarietà, curiosità, capacità di stupirsi.

La speranza in realtà è che quindi a valle della lettura, non siano pochi quelli che si riconosceranno nel contenuto di questo documento e cominceranno a declinarlo con passione e costanza nel proprio territorio. 
Gli statuti dei Partiti e la triste realtà

Dando una occhiata agli statuti dei partiti principali chi adersisce , in teoria, lo fa perché ritiene di entrare in un partito che, lontano dalla demagogia e dai simboli, sviluppa nel territorio ed a tutti i livelli politici quella battaglia in difesa di valori che appartengono alla Etica Universale innanzitutto e poi alla Storia ed alle Tradizioni del paese in cui viviamo. 

Nella realtà, chi aderisce allo stato attuale delle cose, può farlo essenzialmente per due motivi: 
§                     (Positivo) Adesione libera e sincera alla difesa dei valori di uguaglianza, democrazia, trasparenza nella conduzione della cosa pubblica, di servizio per la comunità ed in difesa degli interessi comuni  
§                     (Negativo) Per lucrare posizioni altrimenti negate in altre compagini politiche
In genere le persone del primo tipo non vanno da nessuna parte, tanto che viene additato come esempio da seguire il politico del secondo tipo.

Innumerevoli sono gli esempi di quanti hanno fatto “bingo” e, non appena ottenuto lo scranno, hanno venduto al migliore offerente la loro posizione. Le storiografie ufficiali dei partiti trasmettono lunghe liste di nomi che vanno a formare un nutrito plotone di transfughi. E' possibile ricostruire le "migrazioni" di tantissimi esponenti politici, alcuni dei quali sono riusciti a percorrere l'intero arco politico, da destra a sinistra e viceversa.
Nella maggior parte delle volte si tratta dei proprietari di pacchetti di voti
, gente in grado di muovere un certo numero di preferenze. Nel mondo politico attuale rappresentano, per certi partiti, una materia prima insostituibile. Per capire chi sono questi partiti, basta scorrere le liste elettorali confrontando le precedenti posizioni dei candidati.

Non è spero una novità nè penso che nessuno mi darà torto se riassumo così la professione della politica attuale
       All'interno dei partiti valgono solo e soltanto le tessere
Per la formazione delle liste Elettorali valgono solo e soltanto i pacchetti di voti che si è in grado di portare per il successo  politico occorrono:conoscenze, capacità di lobbing, pelo sullo stomaco, arrivismo e.. tanto tanto  opportunismo
L'elettorato è purtroppo parte in causa, perché  il concetto di tessera implica quello di tesserato, il concetto di pacchetto di voti implica quello di quota di elettorato interessato e fedele, il punto 3 infine richiama le doti che possiamo ahimè incontrare in tanti Leader politici di oggi, a destra così come a sinistra. .

Su questo malsano modi di intendere la politica ci siamo soffermati nei capitoli precedenti quando abbiamo trattato dsi ESEMPIO e LEADERSHIP... Tutti penso abbiamo di fronte lo stato in cui la politica Clientelare ha ridotto il paese.

Se da decenni il paese è attanagliato dagli stessi problemi, senza che maggioranze di colori alterni riescano a individuare una soluzione, significa che, purtroppo, 
§                                 Chi va a comandare NON SA, NON PUO'... o semplicemente NON VUOLE fare nulla o cambiare almeno qualcosa
§                                 Chi si reca alle urne NON SA, NON PUO'... o semplicemente NON VUOLE cambiare nulla o almeno punire chi è inetto


Uno dei mali è probabilmente già qui. La Politica vive sul riciclo dei personaggi. Da questo punto nascono poi gli altri mali che tutti osserviamo. 

Scandali, collusioni, corruzione. Fiumi di pagine sono stati scritti da quanti, anche a fronte di esperienze importanti come quelle di magistrato come Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, hanno ritenuto importante, pur non scendendo nell’agone politico, di rendere edotti i connazionali sulla situazione in cui versa il paese, ben altra cosa rispetto alle edulcorate immagini che i TG nazionali e gran parte dei media cercano di dare. 

Dopo Mani Pulite, la maxi-inchiesta da cui è partita la scintilla che ha letteralmente “bruciato” la Prima Repubblica, si sono spenti i riflettori della stampa su questioni come la lotta alla Mafia ed alla criminalità organizzata, la trasparenza, la onestà, la uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la pluralità. La Magistratura,salvo rare eccezioni, è oggi oggetto di accuse ad ogni livello da parte dei nostri politici, ed è addirittura tacciata di “delinquenza". 
Buona parte dell’Italia si è adagiata nell’oblio e nella ricerca del “minimo necessario al sostegno”. La difesa del proprio microcosmo, a qualunque costo ed a qualunque prezzo. Da ciò discende la terribile conseguenza che osserviamo: la adesione ad un patto in cui si attribuisce il GOVERNO a chi ha il POTERE di assicurare, anche solo in modo apparente, la tranquillità e lo “status-quo”.

Un patto, si badi bene, assolutamente scellerato, in quanto si barattano diritti acquisiti nel tempo, pagati con il sangue dai nostri padri, pur di ricevere dai media “la visione” di un paese sotto controllo, ben guidato. Pezzi di Costituzione barattati per buoni- sconto della vita. 

Le cose non stanno ovviamente come nell’immagine che buona parte della stampa cerca di gabellarci, ma ciò non è importante, specialmente per chi è convinto che Dr House è realmente un medico, per chi è convinto che oggi in giro per i Palazzi ci sono i salvatori della patria…

Scompaiono quindi i morti ammazzati, le inchieste (Why Not, Poseidone), scompaiono i processi (Spartacus) , scompare quella cronaca che lascerebbe tanti italiani senza i fisici abbondanti di vallette leziose e soprattutto spogliate, il latte-miele quotidiano scandito dalle televisioni commerciali e quindi dai RAI-Set. 

Scompaiono le rassegne stampa straniere e quello che del nostro Paese viene scritto sulle principali fonti informative internazionali. Tutto quello che abbiamo è una informazione “filtrata”. 

Se scompare la immagine, non scompare purtroppo la realtà. Una realtà che si allarga giorno per giorno, con le sue piovre, con il suo carico di morti che quotidianamente vengono prodotti da pizzo e faide, dalle tante sofferenze nei centri per la gestione degli immigrati. Una realtà che vede il paese in ginocchio sotto gli effetti di una crisi che è andata ad aggiungersi ad una situazione pregressa già precaria.

I Responsabili delle associazioni degli Avvocati Penalisti sollevano l’allarme carceri. La popolazione carceraria sta per superare numericamente i livelli raggiunti all’epoca dell’Indulto. La percentuale di recidiva (ovvero che, una volta scarcerati, si ritorni a delinquere) aumenta in modo vertiginoso con l’aumento del periodo penitenziario. Le cause: una situazione di sovraffollamento insostenibile, che ha condotto la Comunità Europea a sanzionare l’Italia ed associazioni umanitarie a denunciare l’Italia come stato che tratta i carcerati in un modo disumano. Per un paese che crede di vivere oramai in situazione di sicurezza non è il meglio sapere che a breve qualcuno chiederà un nuovo indulto e che le carceri continuano a riempirsi a velocità preoccupante.. 

Quelli che si informano, che leggono e che, soprattutto, non dimenticano, NON cascano ovviamente nel tranello dei media che sostituiscono con parti femminili più o meno scoperte (sempre più “più” e sempre meno “meno”…) le parti più tristi della vita, quelle che rappresentano purtroppo la sconfitta quotidiana non solo di questo governo ma dello Stato nella sua interezza, in quanto non in grado di reagire ai problemi, ingessato da tanti compromessi.
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Di System Spaghetti (del 12/07/2010 @ 08:14:57, in Archivio 2010, linkato 45 volte)   Condividi

Bruno Amable è professore di economia all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e ricercatore presso il Cepremap (Center for economic research and its applications). Le sue ricerche attuali si concentrano sui rapporti fra cambiamento delle istituzioni economiche ed evoluzione degli equilibri sociopolitici.

La crisi degli ultimi due anni non è semplicemente una crisi della “finanza senza regole” o una crisi del “capitalismo trainato dalla finanza”. Si tratta di una crisi del modello neoliberista di capitalismo, un modello le cui caratteristiche non si limitano alle peculiarità del sistema finanziario degli Stati Uniti o del Regno Unito. Di conseguenza, le possibilità di utilizzare la crisi come un’opportunità per rovesciare la transizione verso il modello neoliberista non possono limitarsi a iniziative di regolamentazione della finanza.
La finanziarizzazione dell’economia è solo un aspetto del modello neoliberista di capitalismo. Ha contribuito in modo decisivo alla rottura dell’alleanza socialdemocratica tra imprese e lavoratori e all’emergere di una nuova alleanza tra mondo finanziario, manager e lavoratori qualificati. Gioca un ruolo importante nella coerenza globale del modello neoliberista; impone vincoli a breve termine alle imprese, facendole dipendere da mercati del lavoro flessibili per la loro competitività; aumenta le disuguaglianze di reddito; divide i salariati e rafforza il potere delle élite economiche e politiche. Ma altre istituzioni sono più importanti del sistema finanziario per la stabilità o instabilità dei compromessi socio-politici su cui si fondano i modelli europei di capitalismo: per esempio, la protezione sociale o le istituzioni del mercato del lavoro.
Negli ultimi due decenni, i modelli europei di capitalismo sono stati indeboliti da una serie di riforme strutturali neoliberiste che hanno interessato diversi ambiti istituzionali: tagli al welfare, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni, eccetera. Le conseguenze sono state l’aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento delle capacità collettive dei salariati. Invertire questa tendenza implica un’azione che deve essere diretta verso i vari ambiti che hanno risentito del neoliberismo e verso la costruzione di una nuova alleanza sociopolitica. In particolare devono essere combattute due tendenze del modello neoliberista fra loro collegate: la crescita dei profitti e delle disuguaglianze e l’indebolimento delle istituzioni che proteggono i lavoratori. La flessibilità del mercato del lavoro, il decentramento della contrattazione salariale e la contrazione della spesa sociale hanno aumentato la divergenza degli interessi tra i lavoratori e hanno indebolito operai e impiegati meno qualificati. La riduzione di queste disuguaglianze non può limitarsi all’utilizzo degli strumenti fiscali, che potrebbero tutt’al più ridistribuire reddito, ma lascerebbero inalterate le disuguaglianze di potere. Un nuovo sistema economico non deve semplicemente rendere la distribuzione del reddito meno diseguale, ma rompere l’alleanza dominante tra élite finanziaria, dirigenti d’impresa e lavoratori qualificati e sostituirla con un nuovo compromesso basato sulla maggioranza dei salariati.

L’emergere di questo compromesso richiede una trasformazione radicale delle strategie politiche della sinistra. In particolare deve essere abbandonata l’illusione di una strategia social-liberale e dovrebbero essere realizzate nuove politiche strutturali allo scopo di rendere omogenei i diversi gruppi di salariati. Questo avvicinamento riguarda sicuramente il reddito: una contrattazione salariale di tipo centralizzato e solidaristico deve sostituirsi a quella decentrata e individualizzata. Un cambiamento come questo avrebbe il doppio vantaggio di permettere l’attuazione di una politica dei redditi e di contribuire alla costruzione di un interesse comune tra i lavoratori, condizione necessaria per la ricostruzione di un’alleanza sociale coerente e capace di sostenere una strategia politica progressista. Il nuovo modello richiederà un rafforzamento delle istituzioni di protezione sociale. Questo implica il rifiuto del cosiddetto approccio “moderno” al problema e mette al centro della nuova politica l’obiettivo della parità dei risultati, non delle opportunità. Anche il ritorno in ambito pubblico della spesa sociale dovrebbe essere un obiettivo. Riguardo alle pensioni, dati i recenti sviluppi, non dovrebbe essere difficile convincere l’opinione pubblica che i sistemi pensionistici a ripartizione (in cui i contributi dei lavoratori attivi pagano le pensioni di chi ha lasciato il lavoro) sono finanziariamente più stabili dei sistemi a capitalizzazione (in cui i pensionati ricevono redditi basati sui contributi da loro pagati e investiti sui mercati finan-ziari). La crisi finanziaria è un’opportunità che non dovrebbe essere mancata per rafforzare il primo tipo di modello. I mercati del lavoro dovrebbero essere regolati. In particolare, se la crisi durerà a lungo e porterà a un alto e persistente tasso di disoccupazione, perderà di credibilità l’idea che la tutela del lavoro sia dannosa per l’occupazione. È un’opportunità per ristabilire un livello ragionevolmente elevato di tutela del lavoro dove questa è diminuita in misura maggiore, vietando le forme più precarie dei contratti di lavoro in cui è rimasta intrappolata una quota significativa della forza lavoro. Tale politica aiuterebbe anche la costruzione di interessi comuni fra i salariati. Questa trasformazione istituzionale richiede una regolamentazione della concorrenza e una sua severa limitazione per quanto riguarda i servizi pubblici. Se la crisi è un’opportunità per celebrare il “ritorno dello stato”, questa opportunità dovrebbe essere sfruttata per limitare il coordinamento delle attività attraverso meccanismi di mercato e per restituire allo stato un ruolo strategico nei settori che sono ritenuti cruciali per il futuro. Ciò è particolarmente vero per la ricerca e l’attività scientifica. Il legame di tali attività con le politiche industriali non implica che la ricerca debba essere assoggettata alle esigenze della produzione industriale, ma che l’economia debba fare il miglior uso possibile delle opportunità offerte dall’avanzamento della conoscenza. Ciò significa che la visione di una società basata sui servizi che mantiene nei paesi sviluppati soltanto le attività ad alta tecnologia e lascia la maggior parte della produzione industriale per il mercato mondiale alle economie emergenti deve rimanere quella che è: una semplice fantasia.
Questo programma non implica la restaurazione delle istituzioni del fordismo. I modelli di capitalismo del dopoguerra sono stati costruiti su un compromesso tra capitale e lavoro che ha lasciato il potere decisionale al primo in cambio di una crescita costante di reddito reale per il secondo. Il nuovo compromesso che viene qui delineato non lascia questo potere al capitale. Al contrario, i lavoratori devono avere importanti poteri di decisione e non solo di consultazione. La realizzazione di tale programma richiederà la costruzione di nuove alleanze e compromessi sociali. Esse saranno il risultato delle iniziative politiche e sociali che sapranno sfruttare le opportunità offerte da questo periodo di incertezza prodotto dalla crisi.

Per saperne di più
Amable B. (2009), Structural reforms in Europe and the (in)coherence of
institutions, in “Oxford Review of Economic Policy”, 25(1), pp. 17-39. Amable B., Demmou L., Ledezma I. (2009), The Lisbon strategy and structural reforms in Europe, in “Transfer: European Review of Labour and Research”, 15(1), pp. 33-52.
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