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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
La pratica dell'abusivismo nell'edilizia ha pochi paragoni in Europa rispetto all'Italia specie in alcune regioni del Sud, generalmente è da dire che la qualità abitativa è accettabile. Se pensiamo al 1951 dove la metà delle abitazioni erano prive del bagno, oggi questo handicap abitativo è quasi assente. Le dimensioni degli appartamenti sono mediamente aumentate. Siamo il Paese in Europa con la più alta percentuale di case di proprietà, più del 70%. Anche nelle grandi città si supera il 50% delle case in proprietà. Il possesso della casa non è però equamente distribuito tra tutte le classi sociali, è da notare che nella fascia di reddito più bassa, la percentuale di chi abita in una casa in affitto non è cambiata negli anni, mantenendosi sempre intorno al 40%. Cosa diversa per le fasce sociali più alte dove le case in proprietà sono in percentuali ben maggiori. Se nel 1970 le case in affitto erano abbastanza distribuite tra impiegati ed operai, oggi non è più così, circa il 20% degli impiegati vive in affitto contro il 45% degli operai. La causa prima che ha indotto i proprietari di case ad abbandonare il mercato della locazione è stata l’introduzione della legge sul’equo canone nel 1978, che ha indotto i proprietari a venderle. Il ridimensionamento drastico dell’edilizia popolare ha poi indotto molte famiglie all’acquisto di case anche per via di un più facile accesso ai mutui bancari. A partire dal 1995 i prezzi delle case hanno iniziato a salire vorticosamente e il successivo calo della bolla speculativa sull’edilizia non ne ha provocato un sostanzioso calo dei prezzi. Il risultato è che oggi l’accesso alla casa di proprietà è diventato più difficile, per via del calo dei redditi familiari in conseguenza delle crisi economiche sempre più stringenti. Per chi è in affitto gli studi nel settore indicano nel 40% del reddito la parte destinata all’affitto più spese accessorie. Per combattere questi problemi nei Paesi europei sono presenti forme d’intervento quali l’aiuto in denaro e la costruzione di case popolari. In Italia questo aspetto d’intervento sociale è trascurato, tanto che ad esempio l’Austria dispone di un numero d’alloggi popolari uguale all’Italia, il rapporto tra le due popolazioni è abbastanza evidente. Pensare che l’economia possa crescere con questa situazione abitativa è difficile da immaginare.
Dalle elezioni regionali del 28-29 marzo 2010 possiamo rilevare i seguenti risultati:
1) Crescita dell’astensionismo, che ha toccato il 36,4 per cento, una percentuale mai raggiunta nella storia repubblicana (+6,0 punti percentuali nelle 15 regioni rispetto alle elezioni europee del 2009, quando già si era registrato il massimo storico).
2) Perdite consistenti dei due partiti maggiori, Partito Democratico (PD) e Popolo della libertà (PDL) che rispetto alle elezioni europee perdono nel complesso ed in valori assoluti, 3,5 milioni di elettori di cui: 2,4 milioni il PDL e 1,1 milioni il PD, in questo computo si tiene conto solo dei voti andati esplicitamente alle liste PD e PDL, e non dei voti andati ai soli candidati presidente.
3) la prestazione deludente di quasi tutti i partiti minori, ad esclusione di Lega Nord (che avanza contendendo sempre di più al PDL lo status di primo partito del Nord) e il Movimento 5 stelle.
Si tratta ora d’analizzare chi è stato colpito maggiormente dall’astensionismo
L’ Istituto Cattaneo ha effettuato un’analisi riguardante i flussi elettorali fra le elezioni europee del 2009 e quelle regionali del 2010. Sarebbe stato più corretto il confronto tra le regionali di quest’anno con le regionali del 2005, ma il quadro politico di questi ultimi 5 anni è talmente cambiato da renderlo improponibile.
L’Istituto Cattaneo nell’analizzare i cambiamenti intercorsi nei 9 mesi tra le due votazioni elezioni e quelle per il parlamento europeo, ha effettuato i suoi calcoli prendendo come campione 10 città: Torino, Milano, Brescia, Padova, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Roma, Napoli.
Analizzando al dettaglio i flussi elettorali in riferimento al fenomeno dell’astensione e ai movimenti avvenuti tra i partiti, all’interno e tra centrosinistra e centrodestra quasi tutti i partiti hanno perso voti per il fatto che elettori che li avevano votati alle europee del 2009 non si sono recati alle urne a queste regionali, ma dall’analisi dei flussi appare con evidenza che il partito che ha sofferto in misura maggiore, in termini assoluti, per l’astensionismo è il PDL. Al contrario il PD non presenta perdite significative verso l’astensionismo.
Per quanto riguarda l’area di centrosinistra emergono tre fattori rilevanti:
1) In tutte le città studiate il PD perde sistematicamente voti verso l’Italia dei Valori.
2) A sua volta l’IdV cede voti al Movimento 5 stelle.
3) La sinistra radicale (che rappresenta nel 2009 per l’elettorato di Sinistra e libertà, Rifondazione Comunista e Partito Comunista dei Lavoratori) perde voti quasi dovunque in maniera rilevante verso l’astensione.
Sulla base di quanto detto sopra, risulta che il movimento di Beppe Grillo, la dove si è presentato, guadagna voti soprattutto dall’IdV, che a sua volta ne prende al PD, come se il distacco dal PD fosse un processo che avviene in due fasi; prima passaggio a IdV e poi al Movimento 5 stelle.
Nell’area di centrodestra, oltre ai flussi sistematici di elettorato che si sposta dal PDL all’ astensionismo, c’è un consistente flusso di voti dal PDL alla Lega Nord.
Quest'articolo dal sito: http://www.reggio24ore.com/ propone un'interessante caso di come la grammatica può stravolgere il senso di una frase. L'articolo risulta scritto dall'Ing. Fabio Filippi consigliere regionale del PDL Per l'Emilia Romagna.
Cossiga, momentanea dipartita
di Fabio Filippi
Ill.mo sottosegretario alla Difesa On. Giuseppe Cossiga, mi permetto di porgerle le mie più sentite condoglianze per la momentanea dipartita da questo mondo del nostro caro Presidente Francesco Cossiga, persona capace dotata di un grande intuito politico. Lo stimavo particolarmente, era un uomo libero con un grande senso delle istituzioni. Ricordo con nostalgia il mio breve colloquio con l’emerito Presidente della Repubblica, nel teatro di Piazza Argentina a Roma, aveva sempre la battuta pronta e un pizzico di sana ironia. In questo momento di grande dolore, sono vicino a Lei e alla sua famiglia con il ricordo e la preghiera.
Condoglianze Fabio Filippi.
COMMENTO DI ANONIMO: Dorriman: Analfabeta, non si dice "emerito Presidente", ma "Presidente emerito". Quando si fa precedere al sostantivo l'aggettivo "emerito" si vuole usare un linguaggio sarcastico. ad es.:" quel tale è una emerito cretino". Absit iniuria verbis.
Causa prima dell'attuale crisi politica che ha investito il centro destra è lo squilibrio della triplice intesa a favore di Bossi. Gianfranco Fini ha mostrato da tempo l'insofferenza per questo squilibrio di poteri, soprattutto in riferimento al cosiddetto federalismo fiscale, cui i Finiani storicamente portati per un centralismo si sono mostrati più volte ostili. Silvio Berlusconi insofferente delle distanze che Fini andava prendendo su questioni pseudo politiche però vitali alla sopravvivenza del governo Berlusconi quali addirittura leggi costituzionali con lo scopo di difendere il Premier dai suoi guai giudiziari, ne ha deciso infine lincompatibilità politica nel PDL. Aggravanti del distacco sono anche il modo di governare anti democratico e moralmente indecente di Berlusconi.
Lo strappo avrà sicuramente conseguenze sulla tenuta del Governo, che non più maggioranza alla Camera.
Fini con il nuovo gruppo dei suoi con l'etichetta di "Futuro e Libertà" ha mostrato di fronte a tutti di cosa è capace un animale politico consumato come lui. Con sondaggi che danno Berlusconi in calo, il centro in crescente crescita d'interessi da parte degli elettori delusi del centro-destra, l'Italia dei Valori in calo, la sinistra stazionaria, ha ricucito un suo spazio politico dove di sciuro confluiranno, sia destrorsi delusi che aspiranti centristi, mettendo così in un angolo le speranze di Casini e Rutelli di creare un polo centrista.
Con questa mossa ora Fini può trattare con Berlusconi alla maniera forte.
Completando il quadro sulla situazione politica non si può non scrivere sul Partito Democratico che nel centro sinistra rimane la forza di riferimento. Il suo trasformismo verso un partito moderato di centro sinistra ha trovato nei movimenti populisti di Bossi e Antonio Di Pietro un ostacolo frenante la crescita. Le posizioni morbide non ne hanno frenato la fuga verso la Lega Nord e l'IdV, nel contempo non sono stati capaci d'attirare a se l'elettore destrorso. La responsabilità di ciò di quella frangia del partito formata da nostalgici ed ideologisti incapaci d'ascoltare la gente, soprattutto in tema di immigrazione.
La sinistra radicale già ampiamente punita dall'elettorato con l'esclusione di suoi rappresentanti nelle Camere, si è mostrata ancora oggi incapace di un' analisi sulle cause della sua sconfitta. Incapace d'innovazione, incapace di una comunicazione politicamente innovativa, conduce la sua lotta ancorata a nostalgici slogan che se da una parte fan felici costoro dall'altro si rivelano incapaci d'attrarre nuovi elettori.
I lavoratori che oggi sono maggioranza nel paese non sono gli operai ma il popolo della partita IVA e la sinistra radicale chiusa nel suo cieco bigottismo ideologico non lo ha ancora compreso.
Da questo scenario della sinistra radicale si distacca un uomo nuovo: Nichi Vendola che possiede una virtù sconosciuta ai sinistrorsi, sa comunicare.
Andare al voto ora per Berlusconi potrebbe si significare una vittoria ma di Pirro, anzi di Prodi, per aggiornarci !
Già ai tempi del’assemblea costituente nei lavori preparatori dell’attuale Costituzione si discusse in merito alla soppressione delle Province, un dibattito ripreso nel 1970 con l’istituzione delle regioni a statuto ordinario.
La loggia massonica P2 nel suo programma ne prevede l’abolizione. Ciò non significa un respingimento dell’idea tout court.
L’abolizione delle Province comporta la modifica della Costituzione, ciò implica un’intesa condivisa a livello parlamentare. Quindi al di là di slogan ad effetto, di campagne mediali svolte senza approfondimento, il tema richiede analisi approfondita, seria, volta a ricercarne le soluzioni.
La prima domanda da porsi è se l’abolizione aumenterà o no l’attuale pressione fiscale complessiva per i cittadini.
L’abolizione delle province comporta un sicuro sacrificio per i nostri esponenti politici, per via della diminuzione di poltrone.
Le funzioni oggi svolte dalle province che fine farebbero ? si trasferiscono verso le regioni con rischio di centralismo ? o verso i comuni (fattibile per le città metropolitane) ? Ecco la necessità di un dibattito serio.
Le province svolgono un certo ruolo utile, consentono il coordinamento dei piccoli comuni producono una serie di servizi altrimenti anti economici se disseminati sul territorio.
Occorre passare da un sistema basato su soggetti ad un sistema basato su funzioni; un’idea è la formazioni di consorzi nei quali i comuni definiscono forme di accordi funzionali in virtù dei quali, molto semplicemente, i comuni formano dei consorzi e affidano a essi i compiti che non riescono a svolgere da sé, già sperimentato tramite “l’unione di comuni” per taluni compiti quali quelli di Polizia Municipale, acquisti di beni ecc. Il vantaggio sarebbe proprio che tali consorzi avrebbero capacità gestionali ed organizzative molto più elastiche, cosa che oggi non possibile in nessun soggetto pubblico.
L’abolizione delle province comporterebbe il loro trasferimento in appositi in Uffici Regionali. Quindi non smantellarle, ma eliminandone i costi burocratici.
Rimarrebbero gli uffici provinciali ed il personale, spariscono invece giunte e consigli. Quindi un taglio sostanzioso di costi per le casse dello Stato.
Le Regioni sopporteranno certo un aumento di personale di nuovi assessori, cioè uno per ogni provincia, tagliando però un centinaio di poltrone inutili.
Si tratta quindi di un trasferimento dell’istituzione provinciale in quella regionale. Verrebbero liberati si stima circa 30.000 persone il cui potenziale lavorativo potrebbe essere validamente espresso in altre strutture dello Stato carenti: scuole dell’infanzia, cancellerie dei tribunali, ecc.
Nella campagna elettorale del 2008 che portò Berlusconi al Governo, tra le altre cose promise l’abolizione delle province, al solito promesse da marinaio.
Analizziamo il risparmio dei costi che tale abolizione comporta:
Alcuni stimano il risparmio in 200 milioni di euro all’anno, costoro non tengono conto di altri costi quali quelli di rappresentanza, del personale “politico” a chiamata impiegato, degli uffici stampa, delle auto blu, dei segretari generali a 200.000 euro all’anno, delle sedi e quant’altro. Tutto ciò è quantificabile in non meno di 6 milioni ad ente, e quindi di circa 700 milioni di euro annui complessivi. Altri risparmi deriverebbero dall’accorpamento delle funzioni. La manutenzione delle strade e delle scuole. Oggi i Comuni si occupano di ristrutturare le elementari, le Province le medie e le superiori, il Ministero le Università. Accorpando, con lo stesso ufficio tecnico potenziato dai dipendenti trasferiti dall’ente in chiusura si potrebbero gestire tutti gli appalti ed i controlli risparmiando circa altri 500 milioni all’anno. E avanti cosi con i rifiuti, gli uffici dei piani regolatori, fino ad arrivare a un risparmio sulla spesa corrente, senza toccare nemmeno uno dei dipendenti regolarmente assunti con concorso, di circa 800 milioni di euro annui.
In conclusione l’abolizione delle province farebbe risparmiare allo Stato 2,5 miliardi all’anno.
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